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Archivio Gennaio 2007

Corso di birdwatching terza edizione.

21 Gennaio 2007 Commenti chiusi


A tutti i “malati” di bw raggruppati nelle precedenti edizioni.

Con il patrocinio e la collaborazione dell’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po e del comune di Taglio di Po dal prossimo 10 febbraio inizia un nuovo corso di BW proprio in quel di Taglio di PO presso la sala consigliare in Piazza IV Novembre.
Cari malati, vicicni e lontani, vi aspetto tutti.
Nella locandina allegata date e programma.
Per info 0426 662304.
Come al solito anche questo non sarà un buco nell’AQUA.

Sono un inrtollerante.

15 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Quelle che una volta si chiamavano allergie oggi i medici le chiamano intolleranze, nel senso stretto della parola, i due termini potrebbero essere uguali ma non è così. Un soggetto può essere allergico alla polvere, ai pollini, alla lana, la famosa febbre da fieno, ecc?(in genere infiammazioni delle mucose, genetiche o eridatarie) l?intolleranza invece è strettamente legata ai cibi: latticini, uova, lieviti, carne di vario genere, ma quello che più triste e preoccupante (comunque non meno degli altri) è l?intolleranza ai cereali. Non parlo di celiarchia, malattia grave e difficilmente curabile parlo in termini medici di intolleranza e cioè non tollerare più determinati cibi che se ingeriti creano gravi problemi al tuo organismo. Se l?organismo umano ha impiegato migliaia di anni per abituarsi e integrarsi con questi alimenti, l?uomo moderno ha impiegato solo poche decine di anni per distruggere tutto ciò. Sempre più soggetti, specialmente bambini sono intolleranti ai cereali, grano in particolar modo, per cui pane, pasta, pastine, merendine, grissini, crakers, ecc.
Fino agli anni ?50 in un ettaro di terra (10.000 metri quadrati) si producevano si e no 20 ? 30 quintali di grano, un grano che cresceva in altezza fino a 120 ? 150 cm che finiva a terra con il primo temporale estivo, ma non era un problema, la raccolta manuale risolveva tutto. Inutile ricordare e rimpiangere quei tempi, erano tempi di fame e di fatica. Poi la meccanizzazione lentamente ha risolto tanti problemi, con l?aiuto però di due bestioline, la chimica e le cosiddette biotecnologie, per arrivare a far produrre non meno di 60 quintali di grano ettaro. La prima ha tolto la merda di vacca e zappa per sostituirla con concimi e velenosi diserbanti ( gentilmente chiamati fitofarmaci ?farmaci per le piante?), la seconda con tecniche e incroci ha nanizzato la pianta stravolgendone le cellule, per agevolare la raccolta meccanica.
Il nostro organismo è però rimasto lo stesso di mille anni fa, non preparato a queste nuove cellule oltre ad essere costretto a digerire con le farine di grano parte di quei concimi e di quei diserbanti.
Ma questa mia è solo un?introduzione, discutibile, poco dettagliata, basata su labili mie basi scientifiche, quello che voglio dire è ben altro.
Nei pressi della Conca di Volta Grimana, tra Cavanella Po e Porto Viro (Ro), sotto l?argine sinistro del Po di Venezia a ridosso del Collettore Padano e del ramo del Po di Levante, da tre quattro anni (non ricordo bene, scusatemi l?età ?) sorge o meglio sorgeva una megadiscarica di fanghi del vicino zuccherificio. Fanghi inermi, dicono, fanghi derivanti dal lavaggio e dalla lavorazione della barbabietola che rivoltati e mescolati nel terreno, piano, piano grazie ai batteri aerobici vengono trasformati in humus. Il bello è che di giorno i camion arrivavano da est e cioè dalla parte dello zuccherificio, ma di notte arrivavano da ovest e cioè dalla parte opposta … probabilmente da un altro zuccherificio… … dove lavoravano di notte ..
Da un anno lo zuccherificio di Porto Viro (Italia Zuccheri, prima Eridania) è chiuso, ha praticamente saltato due campagne 2005 e 2006, gli operai e gli avventizi sono a casa, forse nei prossimi anni produrrà bio – etenalo (?????), in discarica non è più arrivato nulla, spianata e ben livellata, i batteri aerobici hanno terminato il loro lavoro di trasformazione dei ?fanghi? in humus, un terreno ottimo per poter piantare e raccogliere centinaia di quintali di grano che verrà trasformato in farina che produrrà centinaia di quintali di pane, pasta, pastine, merendine, grissini, crakers, , che daranno origine a centinaia di persone INTOLLERANTI.
Io, già lo sono, intollerante… a queste cose…

Riferimenti: Ripristino ambientale

Api e Grilli.

13 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Nel blog di Beppe Grillo in un suo post del 4 gennaio 2007, Beppe parla di OGM e di moria di api. Il post è giunto anche in Aol-mondoapi, una lista di discussione tra apicoltori in cui sono iscritto da diversi anni. Il 30 giugno 2002 inviai nella suddetta lista il seguente articolo scritto da Adriano Sofri apparso su “la Repubblica” di sabato 29 giugno 2002 a pag. 23 dal titolo “Dove sono finite le api”, di seguito l’articolo.

Le pagine del Monde hanno a che fare con la fine del mondo,
e si scelgono a epigrafe una frase forte, attribuita a Einstein: “Se l’ape
scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro
anni di vita”.
L’allarme è sollevato da anni anche dai nostri apicoltori. Della premura
nuova per la genuinità e la tradizione, il miele è la quintessenza.
Nostalgia: ci fu un tempo in cui il miele scorreva a fiumi. Fra le piante
selvatiche francesi, dice il giornale, 22.000 dipendono per la riproduzione
dall’impollinazione delle api. Ad ogni primavera un quarto degli alveari
francesi oggi sono un milione e 350.000 perde i suoi abitatori, facendo
temere l’estinzione degli insetti. Responsabili principali, denunciano gli
apicoltori, sono i cosiddetti insetticidi “sistemici”, e in particolare
quello prodotto dalla Bayer col nome “Gaucho”, commercializzato da una
decina di anni. Basato sulla molecola attiva di imidaclopride, esso non
viene cosparso in polvere (quando mai? ND) sulle colture, ma inglobato nei
semi di girasole, grano e mais, e rilasciato nel corso della crescita.
Metodo che riduce il dosaggio e la dispersione, ma, si è poi appurato,
accresce la persistenza nei fiori e nel polline, oltre che nel suolo. Le api
sono vulnerabilissime alla molecola, anche alle dosi più basse inferiori a
tre particelle per miliardo. La Bayer (e le sue concorrenti) negano la
responsabilità dei loro prodotti.
La questione è arrivata davanti alla Commissione europea. Quanto agli Stati
Uniti, un apicoltore intervistato dichiara che hanno già perso l’80 per
cento delle loro api (in quanto tempo, non lo dice). Mi ha colpito un’altra
frase, del portavoce degli apicoltori francesi: “L’ape gode di un capitale
di simpatia nell’opinione pubblica”. A parte l’associazione fra simpatia e
capitale, mi ricordo tre versi di una canzone francese di spericolato
sentimentalismo: “Io mi prolungo in te, come il fiume nel mare, comme la
fleur dans l’abeille come il fiore nell’ape”.
L’imidaclopride, il capitale di simpatia: siamo lontani, si vede, dalla
lingua con cui Pasolini commemorava in apertura del “Corriere” la scomparsa
delle lucciole e la mutazione delle fisionomie democristiane. Le lucciole
sono specialmente poetiche, perché sono notturne e gratuite: non danno
miele, fanno solo luce. Hanno prestato il loro nome alle ragazze che fanno
la notte. Api e formiche, invece, sono servite da sempre a figurare l’intera
società umana: l’alveare, il formicaio. Nel caso delle api, gli uomini le
immaginavano cosi a propria somiglianza che ancora in pieno Settecento, se
non sbaglio, credevano che avessero un re, e non una regina. Il famoso
inventore di emblemi senese del Cinquecento, Scipione Bargagli, ne disegnò
uno dedicato appunto “al re delle api”: non so se sia quello sbalzato in
bronzo, col motto “Malestate tantum”, sul monumento equestre di piazza del
l’Annunziata a Firenze. Credeva ancora al re l’autore del più geniale e
irridente trattato sui costumi umani attraverso l’alveare, Bernard de
Mandeville (1670-1733). Il suo poemetto si intitolava “La favola delle api,
aveva il sottotitolo divenuto proverbiale “Vizi privati pubbliche virtù”.
L’ho appena riletto, in una traduzione in versi stampata dalla milanese
Tikkun. Mandeville sosteneva che l’egoismo, la disonestà, i vizi e i delitti
di cui le api (e gli umani) non fanno che lamentarsi mutuamente, sono in
realtà la molla della prosperità e del progresso. All’opposto, probità e
frugalità riportano l’alveare (e la società umana) a uno stato di mera
animalesca sussistenza. Rivelando la verità profonda dell’incipiente
rivoluzione industriale, Mandeviile faceva l’elogio del lusso e della
competizione, anticipando gli economisti liberali, con una lucidità
machiavelliana. “La sacra spada della Giustizia / colpiva solamente i
disperati / delinquenti per necessità. / Per i loro delitti i non meritavano
la corda/ ma ci finivano appesi per dar sicurezza a ricchi e potenti”.

Riletta oggi, la favola induce alle più diverse morali. Una, che la guerra
giudiziaria alla corruzione è un’utopia rozza e reazionaria (è la polemica
contro Tangentopoli del commento al volumetto citato). Un’altra ne fa
un’apologia del liberismo, se non selvaggio, appena temperato (i vizi
privati sono via via moderati e ingentiliti dalle leggi e dall’educazione:
concessione che il vizio fa a malincuore alla virtù dell’ipocrisia). Si può
rileggerla per. rinfacciare la rovinosa decadenza delle api divenute
virtuose al moralismo no-global. A me, ora, la favola è sembrata (come,
immagino, se rileggessi Malthus) una magnifica e amara rivelazione della
frontiera oltrepassata dalla dialettica fra vizi privati e benefici
pubblici. Del fatto che siamo finiti in fuori gioco, e l’arbitro, venduto,
non fischia. Mi dispiace di non sapere abbastanza di Mandeville, benché
fossi amico del suo migliore studioso, Onofrio Nicastro. Mancava
probabilmente, a Mandeville, la sensazione prossima della consumazione della
terra. Della scomparsa delle lucciole, delle api minacciate
dall’imidaclopride. Pensava, Mandeville, che la società umana sapesse
spontaneamente produrre le regole necessarie a imbrigliare un’aggressività
solo distruttiva, e a trasformare la corsa singolare alla ricchezza
in benessere comune. Non so voi: a me capita continuamente, quasi
infantilmente, di essere spinto verso l’altra faccia delle cose. Leggo la
citazione di Finstein: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra,
all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”, e penso che se l’uomo
scomparisse dalla faccia della terra, l’ape vivrebbe indisturbata per una
specie di eternità.
In questi giorni si moltiplicano le discussioni sulla fine del
mondo:dev’essere l’estate. Su questo giornale c’era appunto martedì una
utile pagina (pagina23, precisamente: la fine del mondo non può andare in
prima pagina, se non il giorno dopo; è una specie di paradosso eleatico,
di cui abusano gli screanzati apologeti del mondo come va, per assicurare
che va nel modo migliore e deridere i catastrofisti, sicuri di non poter
essere smentiti, finché c’è vita…). Si intitolava: “Cosi la Terra consuma
se stessa. Allarme degli scienziati: il pianeta non fa in tempo a
rigenerarsi”. Spendiamo il debito, respiriamo aria postuma, beviamo l’acqua
dei nipoti: come facciamo nelle nostre leggi finanziarie. Era interessante,
la pagina, perché ~ calcolo che illustrava della “impronta ecologica” si
fonda sui consumi individuali e famigliari (i “vizi privati”, che diventano
disastri pubblici): Sei vegetariano? Quanti rubinetti hai in casa? Hai
comprato un frigorifero l’anno scorso?
La bella rassegna settimanale di Alezandre Adier, “Courrier International”,
dedica il suo ultimo numero al “pessimismo ecologico”. lì titolo di
copertina è secco: “La planète est-elle foutue?” La terra è fottuta (il
punto interrogativo è per il paradosso eleatico). lì pretesto è la tesi
dell’economista danese Bjarn Lomborg (“The skeptical Environmentalist”): la
situazione del pianeta non è affatto allarmante, e l’economia di mercato
correggerà spontaneamente gli eccessi. Non ne parlerò qui: non so nemmeno se
ne sarei capace. Qui bisogna fermarsi alle api. Sciascia scrisse a Pasolini
morto, per dirgli che le lucciole stavano cautamente tornando. Io non so.
Sono alla mia sesta estate senza stelle. Me le ricordo, stelle, lucciole e
api. Mi ricordo il mio orto, pieno di quelle orchidee dei poveri che si
chiamano scarpette della Madonna o Ophris apifera, perché somigliano a
un’apis mellifera femmina, e seducono il maschio. Mi ricordo un film di
Anghelopulos che si intitolava così, “O melissokomos”, (ma in italiano “Il
volo”). Un film che non ce la faceva a essere bello come pretendeva: ma
finiva con l’apicoltore, Mastroianni, che si suicidava facendosi ammazzare
dalle api. Anche lui doveva aver letto la citazione di Einstein alla
rovescia