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Archivio Luglio 2004

La propoli…….qualcuno ha detto che è cacca di api…

31 Luglio 2004 Commenti chiusi


Oggi ho visitato le mie bambine, le api. Prepararsi ad aprire le arnie è quasi un rito, accendere l’affumicatore, la vestizione:
la maschera, i guanti, e intanto mentalmente ripassi le operazioni da eseguire.
In verità, oggi nulla di particolare, verificare solo la produzione di miele.
Quando sono in apiario entro in una sorta di trance, devo stare attento a non disturbarle più di tanto, il minimo errore comporta l’attacco della prima a cui seguono molte altre, e se anche protetto alla fine qualcuna riesce a castigarmi, giusto perché me lo sono meritato. Ecco allora che i
i movimenti devono essere lenti, pacati, senza scatti, attento a non schiacciarne neanche una, da lì il trance, la massima concentrazione, l’isolamento da quello che ti stà intorno. Mi piace e mi dà soddisfazione. L’obbiettivo primario è non danneggiare o uccidere neanche una di queste piccole amiche.
Guardo, osservo, medito e sempre mi stupisco, sempre, da dodici anni, da quando ho iniziato.
Sono diventato apicoltore dopo aver scoperto le magnifiche proprietà della pappa reale ma soprattutto della propoli.
Oggi ne ho raccolto, raschiandola, una buona quantità!
Mentre la raschiavo, per l’appunto, meditavo, sorridevo e mi incazzavo a pensare a quante volte ho sentito definire questa sostanza la CACCA DELLE API.
La propoli è una resina che le api raccolgono dalle gemme degli alberi, che poi elaborano e arricchiscono con sostanze ed enzimi propri, altro che
cacca. Le api defecano fuori casa, si pensi che nel loro letargo invernale trattengono le feci e le sfogano solo nelle giornate soleggiate in cui è permesso loro di uscire (10 12 gradi).
La propoli all’interno dell’alveare viene usata come stucco, serve a chiudere fessure e tappare quei pertugi dove non riescono a far pulizia per evitare l’insediamento di funghi o parassiti, chi stuccherebbe o riempirebbe di cacca la propria casa?
Il nome propoli deriva dal greco pro – polis – davanti alla città – cosa che le api spesso fanno per ridurre gli spazi di entrata all’alveare,… cacca ma quale cacca? Chi riempirebbe lingresso a una città con montagne di cacca?
Anche se è stato solo nel 1970 che Karl Von Frish premio nobel per la ricerca scientifica ha scoperto il linguaggio delle api tramite una danza (comunicano, distanza, orientamento, qualità e quantità della fonte di nettare) nel 2004 mi sembra di assoluta ignoranza asserire che la propoli è la cacca delle api.
Una volta raccolta, sciolta in alcool, o in altri glicoli a disposizione di sofisticati laboratori, la propoli diventa un valido aiuto per luomo, una sorta di antibiotico naturale. Ottima per cicatrizzare ferite, contro il mal di gola, come pure per la disinfezione generale dell’apparato uro-genitale.
Attenzione la propoli non previene un bel niente, così come i classici antibiotici chimici, va usata al momento, nel caso in cui ci sia bisogno.
Altro che cacca delle api, la sua composizione non è ancora nota, congeliamo il DNA e non sappiamo ancora la formula di una sostanza creata da un insetto.
Mi stupisco,
Ogni volta, ogni volta che apro un’arnia.

Nicola alias falcodipalude

Riferimenti: La propoli………cacca di api

Ho aperto il mio blog con una poesia, ora ce n’è un’altra.

25 Luglio 2004 Commenti chiusi


Ho voluto aprire il mio blog con una poesia che riassume le sensazioni del salire in torretta.
Ne approfitto ancora, accontentando le richieste dei commenti.
Ricordo ancora l’autore, mio carissimo amico, nonché maestro, nell’avermi iniziato e condotto al birdwatching, Danilo Trombin e questo suo “Poesia per chele e carapace”. p.s. (18 poesie, 60 pag. 5.00)

Fuori è sorta questa notte strana,
in cui la pioggia avvolge di silenzio
crepitante. il mondo fuori dalla finestra
del mio seminterrato, e sui miei
piedi riposano i sogni guizzanti
di questo piccolo cane nero dagli occhi
dolcissimi
che conoscono ogni mio più nascosto segreto.

Durante il giorno le parole evaporano una ad
una
in gocce minuscole, si addensano in nubi e
colori allorizzonte.
Poi di notte il vento le sospinge verso terre
presso le quali sono uno straniero.
E piove
piove,
piove su frutti, sugli alberi e sui fiori.
Piove su terre lontane la mia gioia e la mia
malinconia.

Oggi è stata pioggia.
L’acqua è stata tutto.
Mare fiume laguna palude valle.
La barca che saltava fra le onde alla ricerca
del misterioso miracolo dello stormo dei
fischioni al largo.

Ogni onda è un salto.
Ogni salto un tuffo.
Ogni tuffo un livido.
Sulle ginocchia, sulle cosce, sulle braccia.
Il vento sferza il volto, taglia e lacera la pelle.
Il volto si contorce in smorfie mute.
E la bellezza attorno che impone il silenzio.
Davanti alla foce del Po,
dove la forza del mare del fiume sono pari
ed il turbine di acque si mescola,
la variopinta macchia inquieta delle anatre.
Le immagini?
Le onde non li inghiottono mai, dondolano
sopra il verde del mare,
volano, tornano, fuggono,
colore che plana fra la schiuma bianca.
Sono migliaia.
Il vento porta spruzzi e i loro fischi.
Laguna.
Strisce di colore.
Il tango del fango,
la nostalgia del blu, dell’azzurro, del verde.
Poi lo scanno di sabbia bagnata e di cespugli
che ondeggiano.
Ed il mare.
Le creste bianche cercano di occultare verde
profondo e blu di abisso.
Di fianco il fiume che spinge al largo le acque
limacciose
con caparbia testardaggine propria ed esclusiva
della natura.
Lei ci crederà sempre.

Fiume.
La calma.
Migliaia di animali al riparo dalle intemperie
e dal piombo degli uomini.
Ci sono le pesciaiole delle lande nordiche
Che hanno rapito il tuo cuore.
Un dono che vorrei
porgerti
tanto sono belle.
Rimango sull’argine per molto tempo ma non
fuggono.
Sanno che sono amico.

L’argine è il nostro, la valle è la nostra.
I fenicotteri sono i tuoi.
Fenicotteri rosa e spatole che frugano lacqua
Indaffarati.
Sullo sfondo le vette bianche delle Dolomiti-
Kilimangiaro.
Questo viaggio fra mille mondi è per la tua
anima migratrice.
Quest’angolo d’Africa e Delta
Il regalo che vorrebbero farti i miei occhi.
Se fossi qui te lo darei con un abbraccio.
Ricordamelo quando ci rivedremo.
“Sono chi sai”.

Riferimenti: sul mare

Dedicata agli apassionati di birdwatching, ma non solo……

14 Luglio 2004 3 commenti


Certe volte l’altitudine dà alla testa.
Quando mi arrampico sulle torrette il punto di
vista cambia.
Il mondo che abbiamo lasciato laggiù a
dibattersi,
ruota di novanta gradi e diventa un orizzonte.
Il mondo si schiude in strati di meraviglie da
scoprire.
Da destra a sinistra.
Da sinistra a destra.
Da qua su, mi libro in un volo controvento,
contro un ignoto che è serenità.
Ovvio che dia alla testa.
Le nubi di scirocco arrivano veloci e si frangono
spumose
come onde sulle montagne dietro agli occhi.
Le onde del mare si frangono in linee bianche
lungo la spiaggia lontana.
Diventano nuvole.
Luci e penombre.
I tratti abbozzati di un mondo che sfila rapido.
E non è mai uguale.
Il vento di scirocco sferza faccia e capelli.
Taglia cuce lava purifica.
Vento.
Allontana il rumore.
Davanti.
Lo spettacolo piano che si srotola come la
mappa
del passaggio di un miracolo. Tutto mio.
Tutto per me. Ne ho le prove.
Fischioni (svariate migliaia).
Mestoloni (punteggian di colore lo stormo).
Codoni (ci si perde la vista, ma che eleganza…).
Moriglioni (spariscono, nell’acqua profonda, od
in volo).
Moretta tabaccata (cough cough…).
Aironi sobrietà misurata nei passi.
La danza piumata e magica delle folaghe nere.
Al tramonto l’arrivo di milleduecentodiciasette
fenicotteri rosa.
Giochi d’acqua di fontana rinascimentale.

Luci e penombre.
I tratti abbozzati di un mondo che sfila rapido.
E non è mai uguale.
Il vento di scirocco sferza la mia faccia ed i miei
capelli verdi.
Taglia cuce lava purifica.
Strappa lacrime.

Adesso.
Ho teso una ragnatela che ora vibra di gocce di
rugiada.
Guardo le nuvole veloci attraversare il disco
lunare.
Vento che spezza il fiato.
Pioggia che sferza il viso.

tratto da “Poesia per chele e carapace” del carissimo amico Danilo T.

Riferimenti: Certe volte l’altitudine dà alla testa.